Aspetti psicologici del paziente cardiopatico nel percorso di riabilitazione cardiologica

L’importanza cruciale di un approccio integrato fisico e psicologico all’interno dei programmi di Riabilitazione Cardiologica è ormai universalmente riconosciuta, come evidenziato dagli studi clinici che hanno indagato il ruolo degli aspetti psicologici nello sviluppo e nella prognosi delle cardiopatie.

Attualmente si considera che la combinazione di un adeguato monitoraggio ed intervento clinico, un programma di esercizio fisico e di interventi strutturati educativi e psicologici rappresentino la forma più efficace di Cardiologia Riabilitativa. I fattori psicologici hanno un’influenza notevole non solo sul benessere generale e sulla qualità della vita dell’individuo, ma anche sul decorso stesso della sua malattia, indipendentemente dagli altri fattori riconosciuti di rischio cardiovascolare. Negli ultimi anni il trattamento delle fasi acute di questa patologia ha registrato progressi molto significativi che si sono tradotti in un sostanziale aumento della sopravvivenza dei pazienti, in quanto i programmi sanitari sono stati caratterizzati da un approccio coordinato alle conseguenze psico-sociali delle malattie cardiovascolari, allo scopo di ottimizzare la qualità della vita dei pazienti. Tuttavia dalla letteratura sull’argomento emerge come, dopo un episodio acuto, non venga dedicata un’attenzione sufficiente all’evoluzione dinamica dei problemi e degli aspetti psico-sociali in corrispondenza della fase cronica della malattia; inoltre, la mancanza di identificazione e considerazione delle caratteristiche psicologiche del paziente nella determinazione della tipologia di intervento può provocare effetti indesiderati, peggiorando gli esiti del processo riabilitativo.

La compliance terapeutica.

Molti aspetti sono ancora trascurati. L’indice di mortalità per evento cardiopatico acuto oggi è basso, attorno al cinque per cento delle centomila vittime d’infarto che si registrano ogni anno in Italia. I veri problemi cominciano dopo il ritorno alla vita quotidiana, quando tanti pazienti vivono negativamente l’assunzione della terapia e il cambiamento dello stile di vita: l’indice di mortalità risale, è già doppio a un mese dall’infarto, quadruplica un anno dopo. Molto dipende dalla capacità di aderenza alle cure (Therapeutic Compliance), che in Italia non supera il 50-60 per cento del numero totale di pazienti. Spesso si affronta questo problema coinvolgendo i partner dei pazienti, come supporto per seguire le cure e le raccomandazioni del cardiologo, dal momento che molti pazienti si sentono disorientati e si appoggiano del tutto al coniuge. L’infarto tuttavia mette a dura prova la relazione: qualche tempo fa un’indagine dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri condotta su 100 coppie fra i 45 e i 75 anni ha rivelato che solo quattro coppie su dieci si ritrovano più unite di prima e mettono le basi per una vita più sana.

I vissuti emotivi: la sindrome del sopravvissuto.

Il contesto affettivo e familiare del paziente che sopravvive a un infarto conta molto per la sua ripresa: la malattia obbliga a ripensare la propria vita e il rapporto di coppia. L’infarto, e le cardiopatie in generale, sono un fulmine a ciel sereno che costringono a vivere l’angoscia della morte incombente, l’ingiustizia per il “tradimento” della vita, la perdita dell’immagine di sé come persona integra: l’equilibrio interiore si incrina, a volte cede. Si tratta di una fase critica, che spesso implica accettare il dolore della perdita di un’identità forte e indipendente, rielaborare i propri significati interiori circa la vita e la morte, affrontare emozioni di tristezza e angoscia e riorganizzare i propri ritmi quotidiani mobilitando risorse a volte dimenticate o sottovalutate. Il paziente dopo l’evento cardiopatico può non sentirsi più la stessa persona: una volta tornato nella propria casa deve reintegrarsi nella famiglia e nella società, molto spesso anche nel mondo del lavoro, vedendo però mutate quelle che erano le sue certezze e i suoi ruoli con i familiari, con i figli, con gli amici e i colleghi. Tipicamente le persone che hanno a che fare con disturbi cronici somatizzano il problema stesso, percependolo in alcuni casi più grave e invalidante di quanto sia in realtà.

Nei pazienti con patologia cardiovascolare sono comuni sentimenti di depressione, ansia e rabbia, sia pure di grado moderato. La depressione si può manifestare con sentimenti di sconforto e pessimismo, facilità al pianto, perdita dell’interesse per le attività quotidiane e anche per le cose che prima davano piacere; talora sono accompagnati da sintomi come cattiva qualità del sonno, scarsa concentrazione, mancanza di energia, perdita dell’appetito, insomma con un rallentamento generale che spesso passa inosservato perché viene attribuito unicamente alla malattia. I sentimenti d’ansia si manifestano in angosce e rimuginazioni: la paura che si verifichi un altro infarto, o che tutta la propria vita non possa mai più avere un valore ed essere fonte di soddisfazione, può provocare irrequietezza e tensione costanti, accompagnate da disturbi del sonno e dalla tendenza a richiedere attenzione o protezione anche quando non ce ne sarebbe una reale necessità. Un’altro sentimento molto comune è la rabbia, la sensazione di essere stati in qualche modo traditi dal proprio corpo, l’incapacità di accettare la nuova situazione e di gestire un vissuto di impotenza che spesso porta a negare la gravità della situazione o a provare forte frustrazione. Inoltre, la storia sanitaria dei pazienti cardiopatici si rivela spesso un calvario che precede uno o più interventi, ai quali segue, a seconda della patologia e della gravità, un processo di riabilitazione lungo, che richiede continui controlli. L’identità del cardiopatico si costituisce a partire da un brusco, doppio cambiamento: dalla condizione di salute ad una situazione ad alto rischio di mortalità, fino alla cura, alla riabilitazione e ad uno stato di riconquistata salute e reinserimento nel flusso quotidiano.

L’intervento psicologico: una freccia al proprio arco.

Tutti questi sentimenti sono tipicamente umani e non necessariamente patologici: è normale che ci si senta così dopo un evento di vita così grave e traumatico! Spesso queste emozioni si manifestano solo dopo la dimissione dall’ospedale, ma non vi sono dubbi che le loro origini coincidano con la fase acuta della malattia. Perché non compromettano la salute e le potenzialità di recupero del paziente è importante che questi vissuti vengano riconosciuti ed elaborati in modo appropriato, affinché la persona ritrovi un senso di stabilità psicologica. Si rivela quindi decisiva la possibilità di offrire ascolto, conforto e aiuto a persone che attraversano una fase critica, che spesso implica accettare il dolore della perdita di un’identità forte e indipendente, rielaborare i propri significati interiori circa la vita e la morte, affrontare emozioni di tristezza e angoscia e riorganizzare i propri ritmi quotidiani mobilitando risorse a volte dimenticate o sottovalutate. Per questa ragione diventa molto importante offrire ai pazienti cardiopatici un supporto psicologico o psicoterapeutico insieme a quello medico-sanitario. L’infarto, e le cardiopatie in generale, possono provocare la morte repentinamente, ma l’intervento medico può aiutare il paziente a “tornare a vivere”, a patto che modifichi le proprie abitudini e adotti comportamenti salutari. Lo scopo dell’ intervento psicologico è facilitare il ritorno ad una vita normale, incoraggiare i pazienti ad attuare cambiamenti nello stile di vita al fine di prevenire ulteriori episodi, affrontare la sofferenza che comunemente segue la malattia coronarica. Alcune persone effettuano una ristrutturazione delle priorità e rivalutano l’importanza dei rapporti umani con un atteggiamento più mite e aperto nei confronti delle persone e della vita in generale, ma anche di sé stessi, rielaborando il significato dell’infarto come una seconda opportunità di vita.