I soldi (non) fanno la felicità?

È una frase tipica che abbiamo sentito centinaia di volta, fin da quando si era piccoli. Un modo –almeno inizialmente- per comunicare l’esistenza di altri valori ben più nobili del “vil denaro” che si è trasformato quasi in un detto popolare. Ma veramente i soldi non fanno la felicità o sono invece il segreto per un’esistenza più serena?

In un periodo storico in cui gli aumenti, le tasse, i tagli ai bilanci sono su ogni quotidiano e infestano pressoché tutti i media, verrebbe quasi da pensare che se tutti vivessimo nel benessere –inteso quello meramente economico- buona parte dei nostri mali sarebbero sanati. Effettivamente i media stessi trasmettono il messaggio che avere tanto denaro possa permettere di vivere felici; un esempio sono le espressioni di gioia di chi, avendo giocato a questa o quella lotteria o quel dato “gratta e vinci”, stringe fiero il biglietto vincente sfoderando un sorriso da orecchio a orecchio. Quindi i soldi fanno la felicità.

Come mai allora chi di denaro ne ha piene le tasche non è –benché magari appaia- felice o quantomeno soddisfatto della propria vita? Esistono alcune situazioni –si prenda ad esempio la famiglia dei Kennedy- in cui la ricchezza, intesa come agio economico, non hanno reso alcuna felicità, anzi. Le tragedie della famiglia presidenziale americana sono note e hanno di gran lunga prevalso sulle ricchezze. Quindi i soldi non fanno la felicità.

Appare non esservi una risposta univoca alla questione relativa alla veridicità o falsità dell’equazione soldi=felicità, ma il problema sta –come spesso accade- nella definizione dei termini.

 

Cosa si intende per felicità?

Di per sé la felicità è un’emozione. E come ogni emozione – essendo spontanea – viene elicitata da uno o più eventi o situazioni. La nascita di un figlio è un evento che può provocare felicità nei genitori che per lungo tempo hanno atteso quel momento, ritrovare un amico perduto è un avvenimento che può rendere felici, aver fatto 6 al superenalotto è un ulteriore evento che rende – indubbiamente – felici. La vincita di una grossa somma di denaro – quindi – può rendere felici, ma l’emozione “felicità” è necessariamente circoscritta al presentarsi dell’evento. Come a dire che anche se si vincesse al superenalotto, la felicità non potrebbe essere protratta a lungo, quantomeno non per il resto della vita. In un certo senso sarebbe assurdo presumere che un evento possa “garantire” la felicità a vita. Stessa cosa dicasi per la nascita di un figlio: certamente il lieto evento porta gioia nei cuori di genitori, parenti e amici. Ma tale felicità diminuisce di intensità, fino quasi ad essere sorpassata da altre emozioni, magari anche negative.

Questo sistema è di fondamentale importanza per l’essere umano, poiché se così non fosse si vivrebbe ancorati ad emozioni anche remote, senza possibilità di scampo. E benché questo possa essere auspicabile nel caso di emozioni “positive”, potrebbe non esserlo per avvenimenti che hanno scaturito in noi emozioni spiacevoli, come la tristezza. La perdita di un genitore è un evento molto triste, ma tale emozione si attenuerà nel tempo, dandoci la possibilità di provare ulteriori emozioni come –ad esempio – la felicità.

Tornando quindi all’equazione soldi=felicità, certamente si può affermare che avere un’ingente somma di denaro – soprattutto se prima ne eravamo sprovvisti – può provocare felicità, ma questa emozione con tutta probabilità non ci renderà felici fino alla fine dei nostri giorni o –per meglio dire- non ci renderà immuni all’esperienza di emozioni negative. Qui abbiamo inoltre accennato alla seconda domanda che è importante porsi:

 

Cosa si intende per denaro?

Come a dire che “esiste denaro e denaro”. Probabilmente per la maggior parte dei comuni mortali una certa somma potrebbe essere significativa, nel senso che potrebbe portare ad un significativo cambiamento dello stile di vita. Diversamente la stessa somma potrebbe essere ininfluente per altre classi sociali. Per intenderci, 100 mila euro sono una somma ingente per chi impiegherebbe anni a guadagnarla con il proprio lavoro; sono invece pochi spicci per chi mensilmente raggiunge tale importo normalmente o per chi è nato in una famiglia particolarmente agiata.

Più che la quantità di denaro è importante definire quindi il significato che il denaro può avere per una determinata persona o gruppo di persone. Le grandi ricchezze, infatti, partono – in un certo senso – svantaggiate (sembra paradossale!) perché non possono godere della felicità scaturita –ad esempio- da una vincita, perché tale vincita non apporta in loro e nella loro vita alcun cambiamento significativo, quindi alcuna modificazione emotiva (indifferenza). È come se buona parte della popolazione trovasse 1 euro per strada: quale felicità potrebbe elicitare? In questo senso chi possiede grandi ricchezze difficilmente potrà avere un vantaggio da un incremento della propria ricchezza, ed è per questo che non potrà provare l’emozione positiva ad esso collegata. Di qui quindi la ricerca – talvolta disperata – di noti rampolli di “famiglie bene”, per la quale oltre ai soldi sono disposti a spendere anche buona parte della propria dignità. Ma questa è un’altra questione.

Quindi si potrebbe affermare che il detto “i soldi non fanno la felicità” è incorretto; una più ravveduta espressione potrebbe essere “i soldi fanno la felicità in chi non li ha, ma avere i soldi non dà la garanzia di essere felici”.