NO EXPO – il disastro di Milano del 1° maggio 2015

Una lettera aperta. Più da libero cittadino milanese, che da psicologo.

Gli eventi di ieri hanno visto una Milano (anche la mia Milano) violata, violentata, deturpata. I milanesi residenti nelle zone più calde (e non solo in senso figurato, visto i numerosi incendi appiccati) hanno sentito minacciata la propria incolumità, mentre giovani incappucciati – tutt’altro che disorganizzati – lanciavano sanpietrini contro le Forze dell’Ordine, imbrattavano muri, sfondavano vetrine, lanciavano bombe carta, appiccando numerosi incendi a negozi e auto in sosta.

Da cittadino milanese ho osservato attonito le immagini che proponevano i vari tg, le inquadrature tremolanti dei cameramen che sussultavano ad ogni scoppio, i cronisti che tossivano mentre riportavano i fatti, a causa dei fumi tossici che – inevitabilmente – respiravano.

Rabbia, tanta rabbia ho provato per quanto stava accadendo. E anche paura, perché il tutto accadeva ad una manciata di strade da dove io, nella tranquillità del mio salotto, a bocca aperta passavo da un canale tv all’altro, rivedendo le stesse immagini.

Poi ho iniziato a riflettere.

Le manifestazioni e le proteste sono un diritto, una libertà del singolo cittadino. Sono liberi di manifestare il loro dissenso nei confronti dell’Expo.

Io stesso sono sempre stato contrario all’Expo, per una serie di motivi che qui è inutile approfondire.

Esiste però un grosso “MA”.

Fino a che punto una manifestazione è “lecita”, fino a che punto si estende la nostra libertà?

E questo è un insegnamento che – personalmente – ho ricevuto fin da piccolo: “La tua libertà finisce, dove inizia quella di un’altra persona.”.

Mi rendo allora conto che quanto accaduto ieri a Milano, e mi riferisco alle distruzioni, agli incendi, ai cassonetti divelti e dati alle fiamme, alle pietre lanciate, alle vetrine sfondate, non ha nulla a che vedere con il manifestare, con il dissentire, con la libertà.

In tv fanno vedere un signore che apre lo sportello della propria auto – una utilitaria un po’ datata – vi sale a bordo e la mette in moto per salvarla dalle fiamme dell’auto che sosta dietro la sua. La gente gli urla di andarsene, che potrebbe scoppiare, e lui mette in salvo la sua “vecchia” Honda Civic.

Penso ai sacrifici che quell’uomo ha fatto per comprare quell’auto, a dove quel veicolo lo ha portato negli anni, al bollo che paga ogni anno, all’assicurazione, al diritto e alla libertà che lui ha di possedere quel mezzo.

Mi rendo ancora più conto che quella di ieri non ha nulla a che vedere con il diritto di manifestare.

Ieri Milano ha fallito. Tutti noi abbiamo fallito.

Il telegiornale mostra l’intervista di un giovane “manifestante”, uno di quelli che era nella mischia, che era di fianco a quelli che invece lanciavano molotov e bombe carta, che distruggevano. Lui no, non ha lanciato nulla, ma avrebbe voluto.

E lì la rabbia e la paura lascia lo spazio alla tristezza, ad un profondo senso di fallimento.

Lo sguardo spento del ragazzo, il suo parlare sboccato, le parole quasi sbiascicate e il più profondo e desolante vuoto delle sue parole: “Fare bordello”, “spaccare tutto”, “è bello”.

Abbiamo fallito – penso.

Abbiamo fallito come educatori, come genitori, come insegnanti, come istituzioni. Non voglio in questa sede cercare una colpa, dico solo che se quel giovane è il risultato del suo processo di crescita, dell’istruzione e dell’educazione che ha ricevuto, allora abbiamo fallito tutti.

Non vi è nelle sue parole un ragionamento di senso compiuto circa la liceità della protesta e della manifestazione. Non vi sono ideali in quello che dice, ad eccezione del divertimento collegato alla distruzione e al caos (il “bordello”).

L’essere autorizzato a distruggere, l’adrenalina collegata al fare qualcosa di proibito (se non fosse proibito non avrebbero la necessità di coprirsi il volto!), il creare confusione, questi sono gli ideali, questo forse è il modo in cui riesce a sentirsi vivo (anche se obnubilato dalle sostanze che ha – forse – in corpo).

Il desiderio e il gusto di distruggere, il mettere in atto comportamenti marcatamente antisociali, il non provare rimorso, ma al contrario non vedere l’ora di potersi “sfogare” ancora, sono indici allarmanti di una gioventù “persa” e votata all’autodistruzione.

Sarà la noia? Sarà un modo di ottenere attenzione?

Ciò che mi piacerebbe – da cittadino in primis e da psicologo in secondo luogo – che una volta ripulita la città, una volta presi i “colpevoli” e giustamente processati e condannati, ci si fermi a pensare agli errori commessi.

Il famoso “schiaffo in più” non dato, le facili giustificazioni, il troppo semplice perdono di qualche marachella adolescenziale, il conflitto con un insegnante che ha rimproverato nostro figlio, ma anche il voltarsi dall’altra parte quando in strada vediamo comportamenti non corretti, il “fare finta di niente”, il “non intromettersi”, forse non sono strategie utili, almeno non a lungo termine.

Concedere, ignorare, tollerare, sopportare forse sono azioni che mettiamo in atto troppo spesso perché – nell’immediato – ci risultano più semplici. Tuttavia non è detto che siano atteggiamenti in grado di “pagare” nel futuro.

Ricordo le punizioni che ho subito io, i “castighi”, un’educazione forse troppo rigida per certi versi e con le sberle che certo non erano elargite con il contagocce: se uno schiaffo non era “meritato”, valeva come credito per la volta successiva. Un’educazione altrettanto condannabile, ma se non altro presente, come presente doveva essere il rispetto (anche se dato come fatto dogmatico e non “guadagnato”).

Le “cose” dovevano essere conquistate: era chiaro il concetto di “impegno”, di “dovere”, del fatto che “nessuno ti regala niente”. Piccole frasi che hanno accompagnato nella crescita e che riecheggiano ancora oggi nella mente adulta: il valore del rispetto, dell’educazione, del senso del dovere, il concetto di famiglia, di amicizia.

Questa mia non vuole essere un’accusa a nessuno, ma un invito a tutti noi (me compreso) a riflettere in cosa abbiamo mancato, ognuno nei suoi ruoli. E, soprattutto, a come non commettere gli stessi errori nelle generazioni a venire.

(Immagini reperite in rete)